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Il futuro dell’anidride carbonica

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Co2

Abbiamo scelto un titolo ambiguo (provocatorio?) per trattare un argomento paradossalmente spinoso.

Da qualche lustro l’anidride carbonica si è fatta una cattiva fama: un gas climalterante, la principale tra le emissioni provenienti dall’attività dell’uomo. Invero, tramite il processo di fotosintesi, esso è il mattone più essenziale della vita sulla Terra.

Secondo i dati rilevati dal National Oceanic and Atmospheric Administration – U.S. Dept. of Commerce (il NOAA, un’autorità nel settore della climatologia) presso il sito di Mauna Loa, i livelli atmosferici di CO2 in 57 anni (1958-2015) sono incrementati del 127% – con un aumento medio all’anno di 1.5 ppmv (parti in milione per volume).

Tale incremento è soggetto ad una ciclicità stagionale per effetto della quale la concentrazione della CO2 cala ogni anno in coincidenza dell’estate boreale per poi risalire all’avvicinarsi dell’inverno boreale. Si tratta di un fenomeno interpretabile come sintomo della capacità della vegetazione di incamerare in modo efficace la CO2 trasformandola in biomassa. E questo vale sia per la vegetazione spontanea che per quella coltivata, ed indipendentemente dall’origine (più o meno antropica) della CO2 coinvolta nel processo.

A questo fenomeno si aggiunge il cosiddetto global greening, effetto degli accresciuti livelli atmosferici di CO2, in virtù dei quali non solo le piante crescono di più, ma sono anche meno esposte al rischio di siccità, in quanto trovando più facilmente la CO2 nell’atmosfera possono produrre meno stomi e limitare così le perdite idriche.

Questo non significa che dobbiamo dimenticarci che a livello globale, dal 1750, la stima totale delle emissioni di gas serra di origine antropica ha superato i 2000 miliardi di tonnellate di anidride carbonica equivalente (2040 ± 310 GtCO2 nel periodo 1750-2011– come ci ricorda l’ultimo report dell’IPCC: Climate Change 2014 Synthesis Report Summary for Policymakers). E che circa il 40% di queste emissioni prodotte dall’Uomo sono rimaste in atmosfera; mentre gli oceani ne hanno assorbito circa il 30%, alimentando il processo di acidificazione in atto.

Tuttavia, resta un altro fatto di importanza letteralmente “vitale”.

Il XX secolo aveva tutti i presupposti affinché si realizzasse una “catastrofe malthusiana”. Nei primi anni del Novecento, mentre la popolazione mondiale accelerava la sua crescita, le rese unitarie del frumento rimanevano pari a quelle dell’Epoca Augustea, e la produzione era di pessima qualità – con basso tenore proteico e alti tenori in micotossine. L’inverarsi della teoria di Malthus sarebbe stato dunque nell’ordine delle cose, se solo non fosse intervenuta l’inventiva umana.

Grazie alle innovazioni tecnologiche introdotte in agricoltura, nei settori della genetica e delle tecniche colturali, la mitezza del clima a valle della Piccola Età Glaciale ed i crescenti livelli di CO2 hanno comportato un aumento diffuso delle produzioni delle colture che nutrono il Mondo: principalmente mais, riso, frumento e soia.

Ed il sensibile incremento delle rese per ettaro delle principali colture agrarie ha comportato la riduzione della percentuale di esseri umani che si trova al di sotto della soglia di sicurezza alimentare (dal 50% della popolazione mondiale nel 1945 all’11% nel 2013). Riportando con la bacchetta magica la CO2 ai livelli pre-industriali la produzione annua delle colture agrarie calerebbe grossomodo del 30% (secondo le stime più accreditate), dando luogo ad una catastrofe alimentare senza precedenti.

Per contro la cosiddetta “rivoluzione verde” è ancora in corso (come mostrano le statistiche FAO): negli ultimi 100 anni a fronte del quadruplicamento della popolazione mondiale la produzione dei cereali alla base dell’alimentazione umana è quintuplicata se non sestuplicata.

In conclusione, indicare l’anidride carbonica semplicemente come un “veleno” significa non coglierne l’essenza. Così facendo difficilmente si riuscirà mai a regolarne i livelli atmosferici.

Viceversa esiste un vasto campo di potenzialità ancora da esplorare e coltivare. Lo sviluppo della tecno-scienza potrebbe incontrare nel ciclo del carbonio un valido alleato per un progresso del benessere materiale davvero sostenibile.

Se non ne avete avuto abbastanza, ne parleremo ancora e più approfonditamente il prossimo 20 maggio con chi studia, cura, vive e quindi ama l’ambiente che ci circonda.

Siete tutti invitati (e vi aspettiamo numerosi) a:

Ravenna 2016 – Fare i conti con l’ambiente

WORKSHOP M

Il Bosco coltivato ad Arte – 2^ edizione – focus biomasse

Venerdì 20 maggio 2016
ore 14:30-17:30

Palazzo Rasponi dalle Teste

Ravenna, Piazza Kennedy

(ingresso obbligato: via Luca Longhi, causa scavi archeologici)

 

Paolo Errani e Luigi Mariani

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  • Ekoclub Ravenna

    Per la partecipazione al workshop il Collegio dei Periti Agrari riconosce 3 CFP.

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